Avventura

Truck Driver l’avventura di un camionista in un libro

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Giovanni Zeoli, camionista di giorno e scrittore nelle pause, ci racconta il suo libro.

L’ossa del corpo mio sarieno ancora in co del ponte presso a Benevento, sotto la guardia de la grave mora.” Dante Alighieri
Divina Commedia, Purgatorio, Canto III

C’è un’epigrafe presso il Ponte Calore, a Benevento, che porta iscritte queste parole.
È il punto preciso dove morì Manfredi D’Altavilla.
Cinquanta metri più in là, il 17 settembre 1979, all’ospedale Fatebenefratelli, sono nato io. Cresciuto in campagna, in mezzo agli animaletti da cortile, cani, gatti, distese d’erba, colli in fiore e profumo di cibo genuino, non potevo desiderare posto migliore per poter vivere la mia infanzia.
Posto che è diventato opprimente durante la mia adolescenza, quando è germogliato in me il seme della passione letteraria.

Truck-driver

UNA VOCE “DIVERSA”
La continua ricerca di una voce “diversa”, che dicesse qualcosa di nuovo, che mi desse speranza, che facesse vibrare le corde dell’anima, mi ha avvicinato alla letteratura.
Attorno a me sentivo solo voci venali e nichiliste, per cui nulla nella vita aveva reale valore, se non il denaro.
Sì, ma doveva pur esserci qualcos’altro! La mia comunità cattolica predicava bene e razzolava male. Ti guardava di sottecchi e sprezzante quando tentavi di sottolineare alcune incongruenze fra gli ideali del cristianesimo e la vita di tutti i giorni.
Loro, però, non erano propensi al dialogo, avevano i loro dogmi e, se questi ti stavano stretti, meglio girare alla larga.
La letteratura, più che una semplice passione, è stata la mia salvezza.
Senza, sarei sicuramente impazzito e non sarei mai arrivato a capire il perché di tutta questa illogicità che ci circonda. Essa va più in profondità.
Raggiunge le viscere del nostro essere. Ecco perché scrivere è la cosa più bella del mondo, ma anche la più difficile.

FORMAZIONE TORTUOSA
Non ho provato a scrivere da subito. Mi ci sono voluti molti anni e molti libri da leggere per poter intraprendere questa sfida con me stesso. Anche la mia formazione non è stata meno tortuosa: dopo aver conseguito il diploma di perito commerciale, il mio bisogno di indipendenza mi ha portato a non proseguire gli studi.
Ho svolto il servizio di leva obbligatorio e, dopo un apprendistato di dieci mesi da un falegname, nel 2001, ho deciso di cercare lavoro in Svizzera come manovale edile.
Dopo un anno, sono tornato sui miei passi e ho lavorato per tre anni in una fabbrica tessile della mia zona, per poi decidere finalmente, nel 2004, di salire sui camion e lavorare per una ditta di autotrasporto di alimenti freschi.

CAMION E LETTURE
Quest’attività, cui sono tutt’ora grato, per molto tempo ha frenato il bisogno di scrivere ma non quello di appassionarmi alla letteratura del Novecento.
Da ragazzo avevo letto Baudelaire, Wilde, Rimbaud, Guy de Maupassant, le poesie di Jim Morrison e per diletto avevo scritto versi simili, un po’ come faceva- no tutti. Nei primi anni Novanta, con l’avvento della musica grunge, andava di moda scrivere poesie maledette, canzoni e quant’altro.
Anche nei piccoli paesini, come quello in cui vivevo io.
Poi, quasi tutti hanno cambiato strada. I giovani del Duemila hanno bistrattato la poesia e l’arte in genere per i reality e i talent-show, per l’illusione di facili approdi di successo accessibili a chiunque, pur senza possedere una minima ombra di talento.
La consapevolezza di vivere in una società sempre più minimalista e, al tempo stesso,
la durezza e il cinismo conosciuti sulle mille strade che ho percorso, mi hanno spinto verso la narrazione.
Dapprima inebriandomi di Bukowsky, Fante, Hamsun, Céline e tanti altri.
Poi, rompendo ogni indugio, e scrivendo il mio primo romanzo: “Truck driver”.

UN ROMANZO “DI STRADA”
“Truck driver” è un romanzo scritto, pensato e vissuto sui camion, nelle interminabili file, agli scarichi dei magazzini, con un occhio al tabellone, che indicava la buca in cui scaricare, e un altro al PC.
Il romanzo è di chiaro riferimento autobiografico, anche se le vicende sono romanzate e in alcuni tratti di pura fantasia. La cabina del camion diventa per il mio alter ego,
Giovanbattista “Malone” Bandinaschi, un osservatorio dal quale riflettere.
Sul mondo e, soprattutto, sulla propria esistenza.
Svaniti gli entusiasmi degli inizi, per un lavoro da camionista che gli regala un’aura di
forza e libertà, un buon compenso economico e una bellissima donna che sovente lo
accompagna nei suoi tragitti e gli si concede molto facilmente, su Malone cominciano a stagliarsi le oscure ombre del fallimento.
La donna lo lascia di punto in bianco, senza dargli una spiegazione e il lavoro comincia a pesargli enormemente. Anche perché nel frattempo la crisi economica ha indotto la sua azienda ad aumentare i carichi di lavoro e a ritoccare al ribasso il suo salario.
Altri incidenti di percorso, come la rottura dell’impianto frenante, l’infossamento delle ruote gemellate in una cunetta, multe facili da parte delle forze dell’ordine e il vortice di pensieri, passati e recenti, che lo tormentano fanno sì che la sua proverbiale calma venga meno. Dopo una settimana d’inferno, anche i suoi capi si rendono conto che gli ci vogliono un po’ di ferie. Malone coglie al balzo l’occasione per prenotare un viaggio con un suo vecchio amico, anche lui in una fase dell’esistenza disastrata, verso i divertimenti allettanti e facili di Budapest.
Ma il destino gli gioca ancora un brutto scherzo.
Sarà bloccato al check-in come un furfante e… vi lascio al finale incalzante del libro.

GLI INIZI
E ora dedico qualche riga alla mia vita da camionista.
La mia scelta di salire sui camion è stata, a dir poco, casuale.
Nel 2000 avevo conseguito la patente di categoria D, ma senza avere un’idea precisa di come mi sarebbe potuta tornare utile.
A quel tempo, lavoravo in una fabbrica tessile che a volte aveva qualche crisi di commesse, e spesso mi ritrovavo senza niente da fare.
Così ne approfittavo per fare compagnia a un amico che faceva consegne con un autocarro ATP, un Renault Premium 270, nella provincia di Brescia.
Partivamo la sera dal piazzale di Campobasso e di prima mattina eravamo in Lombardia. Sovente capitava che non rispettasse la pausa giornaliera di undici ore prima del rientro, perché c’era qualche ricarico da consegnare il giorno successivo, finché una volta, sentendosi molto stanco, gli venne in mente di far guidare me, almeno per un paio d’ore. Io non avevo mai guidato un camion.
Solo un vecchio autobus durante le prove di guida per ottenere la patente D.
Ero un po’ titubante all’idea, ma alla fine mi convinse.
Percorsi il tratto appenninico dell’Autostrada del Sole, la Firenze-Bologna per intenderci che, come ogni camionista sa, non è per niente agevole.
Me la cavai bene. Solo che, durante una sosta in Autogrill a Scandicci, la Polizia Stradale ci chiese i documenti. Pur avendo la patente, io non ero preposto alla guida, perché non ero un dipendente di quella ditta.
Al mio amico balzò l’idea di dir loro che ero in prova.
Gli fecero una bella multa comunque, ma con la riserva di presentare la necessaria documentazione del mio periodo di prova. Fu così che fui assunto.

VITA DA CAMIONISTA
Visto che la prova di guida, stando alle parole del mio amico, era stata superata
brillantemente, mi destinarono ai carichi di alimenti freschi giornalieri.
Lavoravo dieci ore al giorno, caricando dai caseifici della Campania e riportando il tutto alla base, dove la merce veniva smistata e caricata su altri camion, verso le varie destinazioni del Nord Italia.
Non è stato semplice. Ma c’è da dire che l’esperienza del camionista è del tutto particolare.
Perché non si finisce mai d’imparare. La strada può riservare ogni giorno nuove sorprese alle quali si è impreparati. La cosa più difficile cui ho dovuto far fronte è stata l’irregolarità del riposo:
di fronte a ritmi a volte disumani, ogni lasso di tempo disponibile diventa buono per schiacciare un pisolino. Ci sono anche altri aspetti che fanno intrinsecamente parte di questo lavoro, e che ho voluto trattare in “Truck driver”: sesso e il cibo ipercalorico.
Penso che siano due conseguenze cui questo mestiere porta.
Una parvenza di piacere, a una vita così dura, bisogna pur darla.
Ci sono però anche tante cose che sfuggono ai più e che ho constatato in prima persona.
I camionisti sono molto informati. Leggono molto, anche libri di buona qualità.
Questo romanzo è un omaggio alla loro vita, che vuole anche riqualificare questa figura, da sempre imprigionata nei più svariati luoghi comuni.
Il mestiere di camionista, per quanto difficile, è una delle esperienze più complete che un individuo possa fare.
C’è molta poesia nel viaggio, si sa.
Ma in un viaggio continuo come il nostro c’è n’è tanta di più: perché il viaggio diventa
interiore.
Ed è quello che ho cercato di svelare in “Truck Driver”.

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