Avventura

Capodanno tra i GHIACCI

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Prendete un ex camion militare con ruote chiodate gigantesche, il paesaggio suggestivo dell’Islanda più selvaggia e avrete gli ingredienti perfetti per festeggiare un primo dell’anno indimenticabile.

Tutto è iniziato per “colpa” di Luca, fidanzato di Elena, che voleva passare una notte
diversa dalle solite e noiose feste in discoteca con il countdown tra mille sconosciuti.
“Io amo il caldo, il sole, il mare – ci racconta Elena, impiegata presso un tour operator –
non avevo assolutamente in mente di trascorrere il capodanno passeggiando fra i ghiacci a meno 15 sotto- zero.”
Del resto l’inverno non è uno dei periodi più adatti per un viaggio del genere, specie per noi italiani abituati al sole e al clima temperato del nostro Paese.
Tuttavia, Elena, un po’ per amore, un po’ per curiosità accetta la proposta e inizia a documentarsi sul posto. Tramite Internet scopre il team Mountaineers of Iceland (www.mountaineers.is) che dal 1966 organizza tour guidati in motoslitta, fuoristrada e camion attrezzati appositamente allestiti per affrontare i difficili percorsi fra ghiaccio e neve.

INIZIA IL VIAGGIO.
Il 27 dicembre 2013, Elena e Luca atterrano all’aeroporto internazionale di Keflavik a una quarantina di chilometri da Reykjavik. “Di primo acchito siamo rimasti sorprese dalla temperatura che, nonostante la latitudine, è sopportabile – racconta Elena – .
Quello che più sconcerta sono le poche ore di luce solare a disposizione in questo periodo dell’anno. Il sole spunta alle 10,50 di mattina e tramonta verso le 15.45 di pomeriggio.
Senza contare poi i repentini cambiamenti meteo: una giornata assolata può trasformarsi rapidamente in una tormenta con vento, pioggia, grandine o neve.
Il giorno dell’escursione ci sono venuti a prelevare in albergo alle 8 di mattina con un pullman da turismo con gomme chiodate e ci hanno accompagnato alla base dei Mountaineers of Iceland a Geysir (dove c’è il più grande geyser di Islanda), dopo aver sostato alla valle di Thingvellir e alle stupefacenti cascate gelate di Gullfoss.”

UN PICCOLO IMPREVISTO.
Ad attenderli alla Base, con il motore al minimo, c’era un camion dall’aspetto a dir poco inquietante. Tutto nero con delle ruote chiodate gigantesche. Su quello che un tempo doveva essere stato il cassone posteriore ora poggiava una cellula abitativa con un’ampia vetratura.
All’interno erano sistemate lateralmente due file di sedili come su pullman.
“Una volta saliti a bordo ci siamo resi conto che non esisteva riscaldamento e tutta la struttura era estremamente spartana. Al momento di partire però abbiamo sentito provenire dei rumori metallici dalla zona del cambio: le marce non volevano entrare. Dopo un paio di minuti siamo stati invitati a scendere con la rassicurazione che entro qualche ora il problema sarebbe stato risolto. Delusi e un po’ amareggiati, consci che il sole sarebbe tramontato da lì a breve privandoci della vista spettacolare dei ghiacciai, ci siamo rifugiati nel punto di ristoro.
Nel frattempo era arrivato il meccanico a bordo di un enorme pick-up: lo vediamo scendere con attrezzi più indicati a un carpentiere che a un meccanico, come lime, raspe, flex e martello. Dopo molte imprecazioni in islandese, botti, scintille e clangore metallico, finalmente ci dicono che il camion è riparato e che possiamo partire. L’autista, nonostante i rumori poco rassicuranti provenire dai cambi marcia, si destreggiava perfettamente a suo agio nella stradina appena accennata in quel mare di ghiaccio e neve. Ad un certo punto inizia a nevicare, proprio quando eravamo in procinto di affrontare una serie di dune di neve fresca.”

INARRESTABILE.
“Senza preavviso il camion si ferma nel mezzo del nulla e pensiamo subito ad un guasto.
Poi sentiamo un rumore di aria com- pressa e dal conseguente dondolio capiamo che l’autista dall’interno della cabina, grazie ad uno speciale dispositivo, ha sgonfiato gli pneumatici per affrontare la neve fresca, continua Elena nel suo racconto.
Avete presente cavalcare un cammello? Beh la sensazione è quella!
Finalmente arriviamo al capannone delle motoslitte. Indossiamo delle speciali tute termiche sopra i nostri vestiti, con soprascarpe, sopraguanti, sottocaschi e caschi e partiamo per il tour fra i ghiacci del Langjökull.
Tornati siamo risaliti sul nostro camion. Nel frattempo comincia a nevicare copiosamente. L’autista accende tutte le luci supplementari e la pista davanti a noi sembra illuminata come un campo di calcio, tuttavia, la nevicata intensa offusca ugualmente la visuale.
Ad un certo punto, dall’alto della nostra postazione, vediamo davanti a noi che un tratto di pista aveva ceduto lateralmente a causa di una slavina.
Il camion si ferma… sentiamo l’ormai familiare suono di aria compressa e con la tipica andatura cammellesca, raggiungendo un’inclinazione impossibile, riusciamo a superare quell’improvviso ostacolo. Dopo qualche chilometro davanti a noi vediamo i fanalini posteriori di un pullmino Ford che ci accompagnava che, nonostante i ruotoni, si era impantanato in un mucchio di neve fresca.
Con delle funi legate al nostro camion siamo riusciti a trarlo di impaccio. Ripresa la marcia sotto la bufera di neve il gomito dell’autista, che spuntava fuori dal finestrino come se stesse facendo una tranquilla passeggiata domenicale, ci ha rassicurato per l’intero tragitto. Arrivati sani e salvi abbia- mo ringraziato il driver e il grande camion nero. La notte di Reykjavik ci accoglieva con una stupenda Aurora Boreale.”

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